Don Vito e Maurizio non sono più fra noi
L’autore di questo Sito ha studiato la vita di Galgano per oltre trent’anni, ha visitato i luoghi, controllato le fonti, incontrato studiosi di ogni rango, accademici e dilettanti, scettici e appassionati, creandosi una mappa ricca e documentata di questa affascinante vicenda medievale. Almeno per quanto possibile.
Ma ogni elemento di questa conoscenza personale e individuale si regge sulla fortuna di avere incontrato Don Vito e Maurizio, che amarono Galgano profondamente, senza esitazione e senza personalismi, ovvero con una dedizione sincera che nessun altro forse sembra avere manifestato per una vita intera, fra eccelsi entusiasmi, illusioni e profonde amarezze.
A loro è dedicato questo ricordo perenne.
Don Vito
Il legame di fede e di affezione che mi lega a Padre don Vito Albergo iniziò nei primi giorni di giugno del 1991 quando, ospite della foresteria di Monte Oliveto Maggiore, ebbi occasione di percorrere le terre senesi e di raggiungere l’Eremo di Montesiepi per contemplare una reliquia che mi era stata segnalata dai monaci olivetani stessi, come tesoro mistico di eccezionale significato.
Alle mie spalle, mentre nella Rotonda osservavo affascinato la Spada, si materializzò una figura modestamente vestita, con uno sguardo gentile e penetrante, che mi apostrofò:
” Ti attrae questa spada? Se vuoi saperne di più ti posso aiutare”.
“Certamente, grazie – risposi – ma tu chi sei?”
“Sono don Vito, il parroco di Chiusdino”.
“La ringrazio, reverendo, ne sarei veramente felice”.
Non so cosa lo spinse a rivolgermi la parola, forse la percezione di uno sguardo attento e intenso, ma so che la mia vita cambiò, perché il messaggio della Spada e l’intenso rapporto che nacque fra noi avrebbe determinato il mio cammino e le mie ricerche negli anni a venire.
E Galgano, il santo di Montesiepi, divenne il Santo patrono di un Progetto di Pace, che coinvolse me, mia moglie, i miei figli, la mia famiglia intera, e tutti coloro che ne furono implicati, a Chiusdino od ovunque si diffondesse, grazie anche alla profonda intesa che ci legò a don Vito.
Come emergerà dalle pagine di questo Sito, la vita di Galgano (e anche le reliquie a lui associate: spada, roccia, resti umani, …) costituiscono un immenso tesoro religioso e culturale, certamente per Chiusdino, la Chiesa e l’Italia, ma anche per l’intero panorama etico e religioso di ogni tempo, per chi vuol credere nel messaggio evangelico dell’Amore, oggi particolarmente valido in un mondo che sembra scegliere le strategie del terrore come filosofia geopolitica.
E don Vito è stato a lungo il custode infaticabile di questa ricchezza, nella profonda perecezione della sua profondità e del suo valore.
Ciò su cui Galgano induce a riflettere presenta un duplice aspetto, mistico e culturale, che furono oggetto di attenta e pluridecennale cura da parte di don Vito.
– Come prima considerazione, la scelta di infiggere la spada nella roccia, alla sommità della collina di Montesiepi, costituisce un immenso messaggio di non violenza, una scelta radicale di Pace, che travalica i tempi e le epoche storiche, Fu un atto insensato e in controtendenza, per una comunità umana che, in quei tempi e tuttora, tende ad accettare acriticamente la guerra, come strumento atto a perseguire potere, sopraffazione, stragi e sofferenze di ogni genere. Questo elemento è oggettivo, insito nel racconto stesso, che non occorre dimostrare perché dotato di evidenza propria, ancorché arricchito da colori mistici, simbolici e religiosi che, agiograficamente, non potevano mancare.
– Come seconda considerazione, ciò che è narrato nella Inquisitio in partibus prefigura, con un anticipo di quasi un secolo, il cuore di un complesso letterario e mitologico detto sinteticamente Materia di Bretagna che, nelle sue parti più radicali, riprende con singolare coincidenza ma con accertato ritardo temporale le vicende di Galgano. Ciò è provato senza esitazione dall’esame dei contenuti e dei tempi della letteratura europea di quei secoli e pone la domanda fondamentale di come ciò sia potuto avvenire, nei modi, nei tempi e nello spazio.
Unica importante varianza è il fatto che la Materia di Bretagna dipinge una simmetrica e contraria “estrazione della Spada” anziché “infissione della Spada nella roccia”, certamente più congrua e funzionale a una diffusa aspirazione alla guerra e alla violenza.
Lo studio e la messa a fuoco di questi due elementi, su fonti documentate e ineccepibili, ha suscitato in realtà reazioni diverse e spesso scomposte, che hanno creato alterne situazioni di sconcerto e amarezza nel modesto gruppo di ricerca che si raccoglieva attorno a don Vito.
Gli studiosi accademici, che per una vita intera avevano ignorato Galgano, hanno spesso sostenuto improbabili tesi sulla sua strumentale invenzione, ad imitazione delle vicende arturiane (posteriori!) e a fini turistici. Anche invitando studi televisivi, hanno ripetutamente ignorato o non informato il Parroco su visite, riprese e contenuti.
Gli studiosi locali, peraltro modesti ma determinati, hanno manifestamente non apprezzato che ricercatori forestieri, da Firenze a Milano e altrove, si permettessero di esprimere valutazioni e considerazioni su una questione gelosamente locale. Il fatto che il valore del messaggio di Galgano travalicasse i confini locali fu dichiaratamente percepito come qualcosa da cui difendersi, negando acriticamente l’apporto esterno, anche quando valorizzava l’immagine di Galgano e del territorio
Le istituzioni locali, di Chiusdino e di Siena, troppo sporadicamente e non sistematicamente hanno cercato di capire la dimensione del culto di Galgano e la tutela delle sue reliquie testimoniali. Hanno scarsamente contribuito a diffonderne la conoscenza, anche a livello locale. Occorreva invece essere più tenacemente accanto a don Vito e cercar di comprendere, di documentarsi e, è essenziale, di proteggere i luoghi e gli oggetti irripetibili. Qualcosa è stato fatto ma la struttura del luogo esigeva e consentiva un’attenzione assidua.
Gruppi esoterici, templaristi, sostenitori di guerre sante e singoli fanatici hanno cercato di sfruttare gli ambienti, di compiere riti, approfittando della suggestione della figura galganiana per propri scopi. In varie occasioni la spada è stata oggetto di effrazione e asportazione, da parte di singoli esaltati, in tempi recenti o meno.
La stampa, per quanto risulti allo scrivente che ha partecipato però ad incontri e dibattiti dei media locali, non ha brillato nel rendere la figura del Santo un elemento di cultura e conoscenza diffusa.
Galgano, anche in una targa locale del Touring Club poi rimossa, era colui che aveva simmetricamente imitato un gesto arturiano e non l’inverso, come gli studi testimoniano.
Galgano, nel complesso, non irrompe nel quadro etico, religioso e culturale con l’evidenza che il suo messaggio di Pace meriterebbe.
Per correttezza, si deve osservare che nel panorama generale appaiono anche atteggiamenti positivi. Vari esponenti di una cultura locale anche modesta hanno manifestato interesse e consenso con le iniziative condotte da don Vito, esprimendo nei suoi confronti parole di stima e di apprezzamento, determinato anche dal modo in cui lui sapeva affrontare il rapporto con la popolazione tutta.
Un gruppo di studiosi variamente aggregati ha compiuto analisi e ricerche che hanno accertato la veridicità dei reperti e dei materiali. Indagini sul metallo della spada (Garlaschelli et al.) hanno confermato la congruità fra ciò che asserivano le fonti e il materiale ferroso della spada stessa. Simili conferme sono avvenute sui materiali edili di costruzione della Rotonda. Prospezioni radar più o meno clandestine hanno segnalato la possibile presenza di un corpo tumulato nella zona di ingresso in tempi compatibili con le fonti. Si deve però notare che alcuni di questi accertamenti sono avvenuti sul filo della legittimità formale, spesso rallentati o ostacolati da organismi di controllo pubblici, spesso provocando però l’oblio o la perdita di documenti certi, anche quando l’incrollabile integrità di don Vito escludeva secondi fini. Altri soggetti appassionati e competenti (come Maurizio Calì e altri) hanno cercato di promuovere iniziative che valorizzassero la figura e la testimonianza di Galgano, sempre raccordandosi positivamente con il Parroco. Il quale fu sempre riconoscente di questo rispetto del suo ruolo e della sua vocazione.
L’Editrice Àncora ha accettato di buon grado di pubblicare un libro su San Galgano che tuttora, dopo decenni, ha un significativo successo, pur nella nicchia di chi è sensibile al fascino sottile di una carità umile.
Come ha sempre agito e reagito don Vito?
Ha raccolto oggetti e testimonianze con attenzione e amore, convinto che, al di là dei piccoli e grandi ostacoli sul cammino, la Spada trasformata in Croce fosse un valore universale che a lui era stato affidato
Ha promosso incontri di studio e approfondimento, cercando di cogliere e custodire sempre l’essenza del messaggio nel variegato e autoreferenziato mare degli eruditi, veri o autonominati.
Ha ospitato presenze di custodi affettuosi e appassionati, talvolta rudi e primitivi ma sempre convinti della loro missione, contornati per anni da quelle vaganti presenze feline che si erano insediate a Montesiepi e da un’atmosfera semplice e genuina che – ne siamo convinti – Galgano avrebbe apprezzato pur nella sua vocazione eremitica.
Don Vito ha sempre fisicamente cercato di essere presente a Montesiepi, nella Rotonda, quando i compiti pastorali lo consentivano, alimentando il piccolo punto vendita locale con libri e oggetti decisamente umili, che potessero attirare l’attenzione dei visitatori occasionali e lasciare almeno un blando ricordo dei luoghi e dei pensieri.
Ora che don Vito non è più fisicamente con noi, varie condizioni di rischio incombono e sono soggette ad aggravamento.
Un primo immediato e grave panorama di rischio è quello fisico e materiale. La Rotonda richiede sicuramente di essere oggetto di un riesame in termini di sicurezza. Il luogo è isolato e deserto per lunghi periodi di tempo, risultando così esposto ad atti vandalici e a furti. La Spada, in particolare, è un oggetto troppo ambito e suggestivo, soprattutto per individui e gruppi fanatici.
Altro grave rischio, per l’intero sistema culturale occidentale e cristiano, è la dimenticanza o l’alterazione della memoria storica di questo importante messaggio dell’Eremita di Montesiepi, il rischio che resti fiaccola sotto il moggio.
Si tratta di un bene che la semplicità dei luoghi e dei protagonisti tende a velare, come le nebbie che in autunno circondano la collina di Montesiepi
Don Vito era custode cosciente e competente di questi valori, ne aveva fatto missione della sua vita, pur nei travagli che lo hanno afflitto, senza cedere mai, senza farsi travolgere dalle proprie o dalle altrui debolezze, né da polemiche sterili.
Chi avesse anonimamente camminato con lui, per le strade di Ciciano o Chiusdino, avrebbe colto i saluti cordiali di vecchi e bambini, di donne e di uomini indaffarati, di accenti stranieri e di toscani incrollabili.
In Don Vito vivevano la cultura, la sensibilità, la competenza, la determinazione e l’esperienza che Galgano meritava.
Maurizio
Fu don Vito che, quando lo richiamai per riprendere con lui il discorso su san Galgano, mi dichiarò di essere in un momento difficile e di non potermi incontrare “ma, mi disse, rivolgiti a Maurizio Calì: è una delle persone più disponibili e competenti per parlarti di Galgano, al di fuori di pregiudizi e presunzioni personali”.
Chiamai telefonicamente Maurizio e trovai in lui una persona competente, aperta, disposta a comunicare a chiunque fosse sinceramente interessato tutto quello che si poteva sapere o leggere sul Santo di Chiusdino, senza pretese accademiche, senza il disagio di gelosie locali.
Scritti, date, reperti, studi approfonditi, accuratezza nella ricerca e forte passione per Galgano erano il tesoro che Maurizio sapeva trasmettere.
Aveva dedicato molto tempo della sua vita a Montesiepi e alla Spada nella Roccia, nella convinzione che occorresse riportare alla memoria storica un simbolo potente di spiritualità e una traccia di alto valore storico.
Qualcuno, conoscendo l’agnosticismo ufficiale da lui professato, disse di Maurizio:
“Forse Maurizio non crede in Dio, ma Dio crede in lui”.
Maurizio è annoverato tra i fondatori del’Associazione Italia Medievale, oltre vent’anni fa, e ha dedicato quotidianamente ogni suo impegno nel promuovere l’immenso patrimonio medievale italiano, nella documentata convinzione che l’intero territorio della Penisola, in ogni villaggio e in ogni città, ne fosse debitore di un unico e irripetibile lascito culturale.
Chi lo ha consciuto ha vissuto con lui entusiasmi e amarezze, in una società che non conosce e non ama il proprio passato e che, di conseguenza, sta perdendo il senso di un proprio futuro, come Maurizio spesso confidava.
Questa sua passione per il passato si coniugava dunque con una profonda speranza per un mondo migliore e più umano, un mondo al quale lui dava un contributo costante con la propria testimonianza e con un vasto tessuto di rapporti umani, sempre gestiti con quel comportamento amichevole e tollerante che a lui era spontaneo.
Maurizio ci mancherà ma resterà a molti di noi il suo messaggio di umile e incrollabile volontà di continuare nelle nostre più grandi passioni, se esse conducono verso orizzonti più profondi e più luminosi.
MM
